Come protestare? Autogestione Vs Occupazione

Un pensiero concreto sostituisce un’azione distruttiva Ancor oggi l’autogestione di una scuola da parte degli studenti si configura come la via maggiormente costruttiva di manifestare una protesta. L’autogestione non è una moda, bensì un diritto di ogni studente che ritenga di avere qualcosa per cui adoperarsi, ancor più attivamente ed all’interno di una collettività. Una gestione autonoma non mira necessariamente ad essere propedeutica ad una successiva occupazione, poiché non è una misura di protesta blanda: non accade certo tutti i giorni che una scuola venga riorganizzata dagli stessi ragazzi. Se l’esistenza di un “diritto alla critica” parrebbe giustificare un’occupazione, secondo il criterio di un “fine che giustifica i mezzi”, la presenza del diritto a riunirsi pacificamente e pacificamente dimostrare le proprie idee è invece la valida motivazione per dare il via ad un’autogestione, assieme al dovere di “curare e rendere accogliente l’ambiente scolastico” (art 5, regolamento d’Istituto del Liceo Classico G. D’Annunzio di Pescara). È giunto il momento di riconoscere che l’autogestione non è più solo un diritto. È un dovere essendo gli studenti tenuti a “partecipare alla vita della scuola con animo e metodo democratici, combattendo ogni forma di violenza ed intolleranza e rispettando le leggi e i regolamenti” (art. 5, regolamento d’Istituto del Liceo Classico G. D’Annunzio di Pescara). È chiaro che l’intento di protesta non possa essere in alcun modo scisso dal presupposto di diffondere l’informazione, ma neppure ridotto unicamente a ciò. Innumerevoli sono le cose che si possono fare durante un’autogestione: può essere creativa, e materialmente produttiva. Ciò che fa la differenza non è la città nella quale una tale manifestazione abbia luogo, né il tipo di scuola che la promuova. Le chiavi per ottenere il meglio da un’iniziativa del genere sono la consapevolezza, la serietà e una precisa messa in opera dell’intelligenza. È necessario ed indispensabile non lasciarsi scioccamente accecare ed infervorare dalla rabbia o dal risentimento. È quanto mai Fondamentale usare tutti gli strumenti, che sono stati forniti negli anni dalla scuola stessa, per ragionare ed elaborare una strategia di protesta che non cada vittima delle logiche contingenti e degli entusiasmi irrealistici dell’inizio di ogni movimento.

Chiara Isabella Sanvitale

 VS

Occupare o non occupare, questo è il dilemma! Si, nel ’68 L’Occupazione è una forma di protesta violenta, antidemocratica, illegale. E su questo non si discute: gli occupanti fanno spesso uso di violenza per contrastare gli oppositori; non vi è democrazia e libertà di scelta; è condannata nel Codice Penale italiano (vedi art. 633). Dunque non c’è assoluzione morale per chi occupa? Forse si, forse no. Per rispondere e comprendere l’Occupazione bisogna cercare le cause storiche di questa forma di protesta. Senza indagare troppo nello specifico politico e sociale, è doveroso citare il ’68 come anno di nascita dell’Occupazione perchè è in questo momento che prende piede e diventa tra tante forme di protesta quella più favorevolmente appoggiata dai giovani. Esistevano già le autogestioni, le assemblee, le manifestazioni, ma l’Occupazione aveva ricevuto sempre un occhio di riguardo. Era il modo più deciso per riprendere in mano il potere: niente più delegazioni, i diretti interessati scendevano in campo e combattevano, niente più mercenari ma un esercito “statale”, “nazionale”, “scolastico”. Fondamentale era infatti il fronte comune: gli studenti dell’università di Lettere di Roma in un documento redatto durante la loro occupazione nel ’68 scrivevano infatti che “l’esigenza del collegamento nazionale è improrogabile” e che “gli obiettivi della nostra lotta sono gli obiettivi della lotta di tutte le università” citando tutte le forme di protesta della altre scuole (ad esempio si parla di Torino, Pisa, Napoli, Lecce ecc.). Ma era così frequente soprattutto perchè si opponeva totalmente al sistema: andava contro le autorità, contro le leggi, contro le istituzioni. Era il NO più secco che si potesse pronunciare quando la democrazia assembleare era di fatto un elite, spesso politica, che rifiutava pareri contrari. Forse per questi motivi l’Occupazione spesso degenerava e degenera tutt’oggi, opponendosi così duramente a posizioni più moderate. L’analisi delle occupazioni del ’68 è fondamentale per capire che noi in fondo abbiamo trattenuto solo il peggio della tradizione, la parte “violenta e antidemocratica” che viene contestata, quando invece l’insieme di valori imprenscindibili di coesione, collaborazione, ottenibili parzialmente con altre forme di protesta, s’ identifica totalmente e con piena forza nell’Occupazione e nella sua ricerca di totale indipendenza. Per dire di Si all’Occupazione, bisogna ricordarsi delle origini. Per dire Si all’Occupazione nel nostro contesto culturale, bisognerebbe tener presente che dev’essere l’estrema forma di protesta per un problema estremo.

Giorgia Bello

 © riproduzione riservata

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